martedì 27 agosto 2013

The rainmaker

In the cloud raindrops swirl,
In the mind -- thoughts.
Ha! There is no rainmaker!


Kalidas

giovedì 9 maggio 2013

Water

it's not important who you read or where you start, we are like water: we have to get to the sea.

sometimes the road is scaring... and water creates waterfalls
sometimes big hurdles are in front of us... and water creates lakes
sometimes the road is fast and water creates torrents
sometimes the road is flat and water creates lagoons
but we eventually get to the sea, all of us.

see you there ;)

sabato 2 marzo 2013

"Che cosa allora si può fare per superare questo senso di identità [...]? [...] Tutto ciò che richiede di essere sperimentato [...] è già presente, e tutto ciò che s'aggiunge in più sarebbe d'impedimento [...] È semplicemente necessario vedere che il nostro «io» abituale è una immagine falsa e impotente. [...] A questo fine nessuna tensione di muscoli o deliberato rilassamento di muscoli, nessuna ripetizione di formule, nessuna autosuggestione, nessun esercizio di immaginazione, nessuna disciplina psicofisica di nessun tipo può fare nulla, ma soltanto aggiungere consistenza al fantasma. In ogni minimo movimento per cambiare, o per cercare di non cambiare, il tuo modo effettivo di sentire sarà proprio una in più di quelle futili tensioni muscolari [...] che danno apparenza alla realtà dell'ego separato. [...]
A questo punto non c'è nulla da fare ad eccezione di ciò che accade da sé. Tutto ciò che rimane è la semplice consapevolezza di quello che sta succedendo - gli alberi che vedi alla finestra, i rumori della strada, i rintocchi di una campana, la luce del sole sul tappeto, la respirazione, le sensazioni corporee, il parlare a te stesso nella tua testa. Il consueto jazz cosmico. È tutto ciò che c'è, ed ogni piccola parte di esso [...] sta accadendo ora. Vien fuori dal nulla. [...]
Tu, come ego, non puoi cambiare ciò che stai sperimentando [...]. C'è solo e semplicemente quello che sta accadendo, inclusi quei particolari pensieri, immagini e tensioni che attribuisci abitualmente al fantasma pensatore e attore. Essi persistono come echi, ma [...] perdono d'interesse, s'acquietano, e se ne vanno da soli. [...]
Se tu hai compreso tutto questo, sei semplicemente consapevole di ciò che sta accadendo ora, e possiamo chiamare questo stato meditazione [...]. Ma non è che tu sia un qualche cosa che sta semplicemente osservando ciò che accade. «Ciò che accade» sta proprio usando il tuo organismo per osservare se stesso. [...]
Se questo diventa chiaro, lo sforzo di trasformare la propria mente dovrebbe venir meno [...]. Questo venir meno diverrebbe allora lo stato di contemplazione, la realizzazione che tutto è Uno. [...]
Come lo esprime il patriarca Zen Sen-ts'an (Sosan):

L'uomo saggio non si sforza
L'uomo ignorante lega se stesso
Se tu lavori sulla tua mente con la tua mente
Come si può evitare una immensa confusione?"
(pp. 89-97).




L'arte della contemplazione di Alan W. Watts.

martedì 29 gennaio 2013

È un'indagine amichevole!

"Se volete osservare voi stessi, per prima cosa dovete trovare il vostro al fine di osservarlo. [...]
Ciò che dobbiamo fare davvero è sviluppare una nuova forma di osservazione di sé, più simile allo stare con sé. Essere semplicemente lì mentre tu crei il tuo sé, osservando questo processo in cui tu fai di te stesso un sé. Perché se tu non stai creando il tuo stesso sé, chi lo sta facendo? Nello dzogchen viene espresso così: «Rimanere con chi sta facendo qualsiasi cosa accada». Se sorgono pensieri, rimani con chi sta pensando quei pensieri. Se sorgono sensazioni, rimani con chi sta provando quelle sensazioni. Se non sorgono né pensieri né sensazioni, rimani con chi è completamente insensibile e ottuso. [...] Se osservate attentamente, siete in grado di vedere la nascita del sé. Ma se non osservate attentamente, [...] si presenterà sempre come una sede eterna del sé [...].
Se si trattasse soltanto di scoprire il colpevole, potreste effettuare un'indagine. Ma con questo genere di indagine il colpevole non esiste. Dunque è necessario un altro tipo di indagine, differente da quella della polizia. È un'indagine amichevole! Perché se potete diventare amici di voi stessi, baciarvi e carezzarvi, iniziate a rilassarvi. E se diventate molto abili, potete 'fare l'amore' con voi stessi, sciogliendovi completamente, allora non vi fate più del male. Questo è il principio generale dello dzogchen; e quel piacere, rilassamento, lasciar andare, serenità, fiducia, spontaneità, queste dilettevoli qualità sono la via. [...]
Non si tratta di mantenere un tipo di meditazione stabile e rigida, ma di procurare lo spazio che consenta all'esperienza di sorgere e passare. [...]
Non ci forziamo a fare qualcosa. Cerchiamo piuttosto di aprirci a una relazione più sottile con la nostra consapevolezza. [...]
Vaghiamo, nel senso che la nostra natura è proprio quella di essere in continuo movimento. Non è che scegliamo di muoverci o di fermarci, perché anche quando ci fermiamo, difficilmente ci fermiamo davvero; ci contraiamo, giocherelliamo nervosamente o facciamo qualcosa, perché la nostra condizione effettiva di esseri senzienti è che raramente siamo in uno stato di semplice essere. Noi siamo esseri che agiscono, reagiscono, si agitano, creano di controllare e rincorrono una sicurezza sfuggente" (pp. 27-30, 32-33, 36).


Il momento in cui ho capito che non dovevo più combattere con me stesso è sorto improvvisamente un grande senso di sollievo. Ho amato tutti i miei me stesso. E' stato come chiudere una mano e vedere che le dita, seppur diverse, sono un'unica cosa. Cercare è trovarsi.

venerdì 23 novembre 2012

Compassione

Uno dei momenti più importanti del mio percorso è stato l'accettare me stesso.
Ovvero tutti i me stessi. E' facile accettare i propri lati belli, difficilissimo quelli brutti.
Sorge sempre la critica e il desiderio di migliorarsi. E' facile dire smetterò di fumare in un momento di esaltazione.
L'accettazione non è quello, è avere compassione della propria schiavitù dal fumare.
Non è qualcosa che si possa ottenere con la volontà o con lo studio.
Si raggiunge solo con il perdere, con l'abbandono, con l'enorme compassione che scaturisce per i noi stessi.
E' come aver sempre visto tante dita, tante personalità e rendersi conto che si chiudono tutte in una mano sola. E' vedere l'unità nella molteplicità. E in quel momento il giudizio cade e sgorga da dentro una profonda commozione e amore per tutto quello che si è, e poi la commozione improvvisamente si diffonde a tutto e tutti. Se posso amare tutte le parti di me stesso come non posso avere compassione per tutte le parti del mondo di cui sono essenza comune.
Tutto è un regalo nell'esistenza.

E ora un altro piccolo e affascinante brano di Jollien che mi ha fatto scaturire la riflessione di cui sopra.

Alexandre Jollien, Il filosofo nudo. Piccolo trattato sulle passioni sempre tratto dalla newsletter di www.lameditazionecomevia.it

"Appena un momento fa [...] ho capito che la gioia dipende da una semplicità pura, senza zavorre, in virtù di un'adesione sobria ma completa all'esistenza. Per un po' mi sono sentito libero da dispiaceri, rimorsi e desideri vani. Ho lasciato da parte tutto ciò che distoglie dalla vita per accogliere il presente in modo tenero e completo. [...] Il dispiacere ci rende infelici due volte: la prima per non aver realizzato ciò che desideravamo; la seconda perché riattiviamo la tristezza, sgridandoci per il fatto di provarla. Tutto l'opposto della gioia, nella quale non giudichiamo mai la vita!
Semplicemente, giudico troppo! Ed ecco un altro giudizio! Come fuggirne? Ma è poi possibile? Per accogliere tutto ciò che scopro in me devo contemplare senza troppi commenti il caos che incontro [...]
Accettare, accettare, accettare! La gioia dipende dal non-rifiuto. [...]
Se la gioia proviene dall'adesione al reale, essa richiede che io accolga ogni aspetto della vita [...]. Implica pure che io non rigetti la mia tristezza né i miei accessi di rabbia. Questo è necessario, per non cadere in una letizia di facciata, in una specie di farsa. [...]
La gioia proviene da una adesione che, al suo grado più elevato, accetta l'imperfezione del mondo. [...]
Se ripenso alla mia infanzia mi rendo conto che i momenti tristi, i dolori e la pena, non li ho mai vissuti a fondo. [...] Per eliminare e purificare i germi della tristezza che verranno ad agitarmi, devo proprio [...] osare una resa incondizionata nei loro confronti? [...]
Quando tutto spinge alla fuga bisogna restare disponibili e affrontare la tempesta. [...]
Mi rendo conto che ci sono ferite da cui non guarirò mai. Lungi dall'essere opprimente, questa constatazione libera e mi alleggerisce dal peso di un'illusoria guarigione totale. [...]
Spossato da tante corse, ho fatto il morto in metropolitana: nessuna tensione nel corpo, lo sguardo basso, le braccia lungo i fianchi. E se fosse questa l'accettazione: fare il morto? Per meglio rinascere e sprofondarsi nella gioia. [...] Sì, io rifiuto questo mondo. Le umiliazioni, le delusioni me ne allontanano! L'accettazione mi sembra così lontana. Sono sempre più convinto, tuttavia, che essa non richieda necessariamente uno sforzo, una lotta. [...]
Nei miei commenti non aderisco mai alla realtà. Faccio confronti, mi sottometto al regno dell'apparenza. [...]
Se si nutre un cane affamato, potete picchiarlo e picchiarlo, ma tornerà di sicuro il giorno dopo. Ma di certo le ferite resteranno per sempre... Dobbiamo accettare il fatto che forse non guariremo mai dalle nostre mancanze o dalle nostre piaghe, accettare che i colpi ricevuti in passato possano ossessionare l'anima, per aprirci ai doni dell'oggi [...].
Una gioia immensa: la perdita dell'illusione di una guarigione totale.
Ciò di cui avrei bisogno di fronte alle mie ossessioni sarebbe tornare di continuo a questa interiorità, fare il morto, non rifiutare le ferite [...]. Per ora mi basta dire: «Non accetto sempre la mia condizione, ma non è un problema». [...] Per cominciare, posso già accettare il fatto che non accetto. Qui e ora mi è impossibile un'adesione facile e immediata alla realtà"



giovedì 22 novembre 2012

l'essenza dell'abbandono è in ogni istante

"Ultimo appuntamento dal medico per un prelievo di sangue: più mi sforzavo di non muovermi, più il mio braccio, spastico, ne combinava di tutti i colori. Sentimento di totale impotenza rispetto a un corpo ribelle. All'improvviso mi si è imposta una parola: «D'accordo!» E la lotta si è poco a poco pacificata, la calma è giunta nonostante me. Amo ciò che il corpo insegna.
«D'accordo!». [...]
Voglio esercitarmi all'abbandono. Non si tratta di gettarmi in alto mare per imparare a nuotare, ma di praticare ad ogni occasione, fare del quotidiano il luogo profondo dell'esercizio.
[...] Ho il presentimento che al fondo di ogni grande gioia ci sia un cuore che si allarga, un essere che ritrova la sua dimensione: meno si fa caso a se stessi, meno si soffre. Incontrare veramente l'altro, ascoltarlo, vi contribuisce senz'altro. [...]
È una specie di legge paradossale che percepisco in maniera sempre più chiara: la gioia decentra. [...]
Aprirsi, aprirsi, ecco l'ascesi! [...]
Non si tratta di liberarsi del mondo, ma del mio mondo, delle etichette che classificano il reale, mi separano da esso e mi rinchiudono nella prigione dei miei pensieri [...]
Guadagno del giorno: [...] è il reale che guida i miei passi, solo così posso perseverare e progredire. L'ascesi procede insieme alla gioia, conduce allo spogliamento di sé e non alle mortificazioni o alle privazioni tristi. [...]
Osservare
«Guardare, ma non toccare!» Simili parole possono frenare la curiosità dei bambini nei musei. Ma non dovrebbero invece eccitare la mia, durante la visita del mio museo interiore? Insomma, non riesco mai ad osare il non agire, né guardare senza toccare (senza fuggire, senza iniziare qualcosa) i paesaggi intimi che la mia ignoranza [...] vela fin troppo spesso. Un riflesso curioso e molto potente vorrebbe che io prendessi delle decisioni senza alcuna proroga, vorrebbe che mi cambiassi. Perché non lasciarsi sprofondare fino alla regione dell'affettività invece di legarsi ai giudizi e ai pensieri? Non si tratta forse di conoscere tutto, di conoscersi a fondo?
Soltanto vedere ed esaminare [...].
Io sono questa porta, questa neve, sono quella passante che cammina in fretta. Accolgo i miei fragili passi sulla neve senza alcun giudizio. In breve. faccio saltare le distanze che mi separano dal mondo, le barriere interiori che mi dividono dalla realtà per sposare il reale senza giudicarlo. [...] Assorbirsi in ciò che si percepisce per dimenticare l'io. [...]
Di fronte al cedro ho preso coscienza del fatto che vivo nei miei pensieri, che mi separo dal mondo, che lo smembro con mia grande sofferenza [...]. Giudico il reale di continuo [...]. Ebbene, il cedro non serve a nulla: è. È là, semplicemente. Comincio a godere del fatto che la vigilanza non si opponga alla distensione"

Alexandre Jollien, Il filosofo nudo. Piccolo trattato sulle passioni

venerdì 21 settembre 2012

Non prendere decisioni durante la notte (Osho)


 
Domanda: Sono in difficoltà nella relazione con la mia ragazza e mi sto chiedendo se continuare oppure no.
Non avere fretta; il fatto è che la mente ha momenti luminosi e momenti oscuri, giorni e notti. Quando è giorno, tutto sembra bellissimo e puoi vedere ogni cosa con chiarezza.

Quando scende la notte, tutto diventa buio e non riesci a vedere nulla chiaramente.

Se decidi qualcosa in un momento in cui è notte, in un istante buio in cui l’energia è bassa, con ogni probabilità non sarà una cosa saggia, perché la realtà è che hai anche avuto dei bei momenti con questa donna.

Pensa un po’: siamo seduti qui insieme, c'è luce, puoi vedere me e tutte le altre persone presenti, puoi vedere gli alberi – e poi improvvisamente salta la corrente. Ora non puoi più vedere nessuno; gli alberi e tutto il resto non ci sono più. Ma puoi forse dire ora che gli alberi e le persone non esistono più? Se dici questo, hai preso una decisione prematura. Non ti ricordi che qualche istante fa c’era luce e gente, gli alberi erano verdi ed era tutto chiaro?

DECIDI SOLO QUANDO SI FA GIORNO!

Quando è notte, ricorda che c’è anche il giorno – non dimenticartene – e vedrai che presto il giorno arriverà. Quando devi decidere qualcosa, è sempre bene decidere durante il giorno; allora la tua vita sarà positiva. Se decidi di notte, la tua vita diventerà negativa. Questa è la distinzione che faccio tra una persona religiosa e una che non lo è: la persona non religiosa decide sempre della sua vita durante la notte, in uno stato negativo. Ecco perché non può dire che Dio esiste – essa afferma che Dio non c’è. Tutti i suoi ‘no’ messi insieme diventano un grande no: “Dio non esiste”. Tutti i sì messi insieme diventano un grande sì: “Sì, Dio c’è!”.

Aspetta! Le decisioni vanno prese quando c’è luce.

Quando senti che ami di nuovo questa donna, che le cose fluiscono e tutto è splendido, estatico, allora decidi, e se vuoi separarti, separati! Ma non decidere durante la notte. Ecco perché ti dico di continuare e di osservare. Passerà.

Esiste anche un terzo stato, il trascendente.

Quando hai visto venire il giorno e la notte tante e tante volte, comprendi che c’è qualcosa che è al di là di entrambi. La tua capacità di osservare è al di là di entrambi.

Quindi ci sono tre tipi di decisioni. Il primo è il tipo negativo che fa della tua vita un deserto. In quel caso nulla può fiorire – è solo frustrazione, è l’inferno! Il secondo tipo di decisione è la decisione del ‘sì’, la decisione presa durante il giorno – la vita diventa gioia, celebrazione. Sei contento, sei felice di essere: questo è il paradiso. E il terzo tipo non è né luce né oscurità – decidi a partire dal tuo stato di osservatore, dalle esperienze fatte sia durante il giorno sia durante la notte. Quella è la decisione suprema, quella che rende una persona illuminata. Aspetta, osserva, guarda, e lascia che spunti il giorno. E poi decidi.

martedì 24 luglio 2012

Genjo Koan - Il Koan Realizzato di Dogen Zenji

Genjo Koan- Il Koan Realizzato
di Dogen Zenji

Quando tutti i dharma sono il Buddha-Dharma, allora esistono "illusione/risveglio", la pratica, la nascita, la morte, tutti i Buddha e le persone comuni.

Quando la moltitudine dei fenomeni non sono basati sull'io, allora non esiste l'illusione nè il risveglio, non esistono i Buddha nè le persone comuni, non esistono la nascita nè l'estinzione.

Poiché la Via del Buddha originariamente balza al di là delle opposizioni, esiste "nascita/estinzione", esiste "illusione/risveglio", ed esiste "persone comuni/Buddha".

Tuttavia, pur essendo così come ho detto sopra, i fiori cadono proprio quando per affetto vorremmo trattenerli e le erbacce crescono proprio quando ci danno fastidio.

"Pratica/illuminazione" della realtà sono illusione se partono dal nostro io, ma a partire dalla realtà, "pratica/illuminazione" di sé è illuminazione.

Fare dell'illusione il grande risveglio è illuminazione, ma, nell'illuminazione perdersi nella grande illusione è cosa da persone non illuminate. Inoltre, vi sono persone che aggiungono illuminazione a illuminazione e persone che stando nell'illusione continuano a restare nell'illusione.

Quando i Buddha sono davvero dei Buddha, non si rendono conto necessariamente di esserlo. Però, essi sono davvero dei Buddha e continuano a essere Buddha.

Quando percepiamo le forme per mezzo dell'intero corpo/mente e quando ascoltiamo i suoni per mezzo dell'intero corpo/mente allora apprendiamo intimamente le cose e non è come se sullo specchio si riflettesse un'ombra oppure come se sull'acqua (di un stagno) si riflettesse la luna. Se apprendiamo un solo lato, l'altro lato rimane all'oscuro.

Apprendere il Buddhismo è apprendere se stessi; apprendere se stessi è dimenticare se stessi. Dimenticare se stessi è essere risvegliato alla Realtà. Risvegliarsi alla realtà è lasciar cadere il proprio corpo/mente e il corpo/mente degli altri.

Le tracce dell'illuminazione si estinguono, e perpetuiamo per sempre l'estinzione delle tracce dell'illuminazione. Quando gli uomini cercano per la prima volta la Via, sono lontani da essa, ai suoi limiti estremi, ma quando la Via viene trasmessa correttamente, allora si diventa subito un uomo vero.

Quando si è sopra una nave, osservando la riva si ha l'impressione errata che sia la riva a muoversi. Se, però, si volge lo sguardo in basso e si osserva la nave, allora si capisce che è la nave a muoversi. Allo stesso modo, se volessimo conoscere la realtà con il nostro corpo/mente che è instabile, si crederebbe erroneamente che il nostro spirito e la nostra natura è permanente. Ma se tornassimo alla concretezza considerando la realtà quotidiana, si renderebbe chiaro il principio secondo cui la realtà non è basata sul nostro io.

La legna da ardere diventa cenere, e (una volta bruciata) non torna indietro di nuovo a essere legna. Tuttavia, non si deve pensare che la cenere venga dopo e che la legna da ardere venga prima. Si sappia che la legna risiede nella sua "posizione dharmica", e c'è un prima e c'è un dopo (come momento separati).

Per quanto esista un prima e un dopo, il prima e il dopo sono separati. La cenere è nella sua "posizione dharmica", e c'è un dopo e c'è un prima. Così come la legna dopo essere diventata cenere non torna a essere legna, anche l'uomo dopo la sua morte non torna a vivere. Quindi, il fatto che non si possa dire che la vita diventa la morte è un insegnamento stabilito dal Buddhismo.

Perciò, si chiama "non-nascita". Che la morte non diventa nascita è un insegnamento stabilito dalla dottrina Buddhista. Perciò si dice "non-estinzione". La nascita è un singolo momento e anche la morte è un singolo momento. E', per esempio, come l'inverno e la primavera. Non si dice che l'inverno diventa la primavera e che la primavera diventa l'estate.

L'uomo che giunge al risveglio è come la luna che risiede nell'acqua. La luna non si bagna e l'acqua non si lacera. (La luna dà) una grande e vasta luce, ma occupa nell'acqua un piccolo spazio. L'intera luna e l'intero cielo stanno nella rugiada sull'erba. Su una sola goccia d'acqua. Il fatto che il risveglio non lacera l'uomo è come la luna che non penetra nell'acqua. Il fatto che l'uomo non ostacoli il risveglio è come la goccia di rugiada che non ostacola la luna del cielo.

La profondità è nella dimensione dell'altezza. Riguardo alla dimensione temporale, bisogna considerare "la grande acqua e la piccola acqua" e bisogna conoscere la dimensione della luna del cielo. Quando il Dharma non ha ancora riempito il corpo/mente, si pensa che il Dharma sia già in misura sufficiente. Ma se davvero il Dharma riempisse completamente il corpo/mente, allora si penserebbe che ne mancherebbe un po'. Per esempio, se ci si imbarcasse su una nave e si guardasse a tutto raggio il mare, esso sembrerebbe rotondo. E non si vedrebbero altre forme. Tuttavia, il grande mare non è rotondo, e neppure quadrato e vi sono anche molte altre forme caratteristiche del mare che non si finirebbe di enumerarle. E' come un palazzo (visto dai pesci) o come un ornamento di pietre preziose (che brillano) (visto dagli esseri celesti). E' soltanto che per quanto possono vedere i nostri occhi, (il mare) appare rotondo. Lo stesso accade per tutte le cose.

Sia dal punto di vista comune che da quello del Buddhismo ci sono tanti punti di vista, ma (la gente) non può che comprendere ciò che gli permette la capacità di approfondimento del Buddhismo e di comprensione. Al fine di investigare le caratteristiche della realtà, oltre a vedere le cose rotonde e quadrate, bisogna considerare tutte le possibilità di forma di mari e montagne che sono tante e si deve sapere che esiste un mondo che si estende in tutte le direzioni. E non è così solo per il mondo che ci circonda, ma anche per ciò che ci riguarda e per ogni singola goccia.

Quando il pesce nuota nell'acqua, nuotando non c'è limite all'acqua. Quando l'uccello vola nel cielo, volando non c'è limite al cielo. Perciò, i pesci e gli uccelli da sempre non si separano dall'acqua e dal cielo. Quando essi hanno bisogno del grande usano il grande e quando hanno bisogno del piccolo usano il piccolo. In questo modo, raggiungono i limiti e colà non potendo procedere tornino indietro, ma se l'uccello uscisse fuori dal cielo morirebbe subito e se il pesce uscisse fuori dall'acqua morirebbe subito. Si deve sapere che l'acqua è vita e che il cielo è vita. L'uccello è vita e il pesce è vita. La vita è il pesce e la vita è l'uccello. Però bisogna andare oltre, cioè a pratica/illuminazione. In questo modo c'è la vita. Se ci fossero pesci e uccelli che vogliono vagare per l'acqua e per il cielo solo dopo essere giunti fino ai limiti dell'acqua e del cielo, essi non avrebbero una via (da percorrere) nell'acqua e nel cielo e non avrebbero un luogo (dove risiedere). Avendo un luogo dove risiedere, la quotidianità diventa il koan realizzato. E' così perché questa via da percorrere, questo luogo in cui risiedere, non sono grandi e neppure piccoli, non sono propri e neppure altrui, non sono prima di noi, e neppure qui adesso con noi.

Perciò, se un uomo fa pratica e giunge all'illuminazione del Buddhismo, quando riceve un dharma lo comprende, quando incontra un evento lo fa suo. Ecco che allora, avendo un luogo dove risiedere e una via da percorrere, sa di non poter conoscere i limiti della conoscenza. E' così perché questa conoscenza nasce insieme e va di pari passo allo studio e pratica del Buddhismo. Avere un luogo in cui risiedere conduce necessariamente alla conoscenza di sé e non ad apprendere una conoscenza intellettuale. (Tuttavia,) sebbene si realizzi immediatamente l'illuminazione, non necessariamente essa si realizza come cosa interiorizzata. Il fatto di esserne cosciente non è detto che necessariamente accada.

Mentre il maestro Hotetsu del monte Mayoku stava usando un ventaglio, venne un monaco e gli chiese: "La natura del vento non cambia: non c'è luogo dove non giunga. Perché allora tu usi il ventaglio?" Il maestro disse: "Tu sai solo che il vento ha una natura che non cambia. Però non sai la ragione per cui non c'è luogo ove non giunga". Disse il monaco: "Allora, qual è la ragione per cui non c'è un luogo ove il vento non giunga?" Al che, il maestro semplicemente agitò il ventaglio. Il monaco si inchinò.

L'illuminazione autentica del Buddhismo si basa sul percorso di salvazione come trasmesso correttamente (dai maestri e dai patriarchi). (L'affermazione) per cui non cambiando la natura del vento non si debba usare il ventaglio perché si sente ugualmente il vento, significa non conoscere la natura del vento né il fatto di non cambiare. Per il fatto che la natura del vento non cambia, il vento di coloro che praticano il Buddhismo fa realizzare che la grande terra è l'Eldorado e fa trasformare (l'acqua) del grande fiume in crema.

Scritto nell'autunno del primo anno dell'era Tenpuku (1233) per il discepolo laico Yokoshu del Kyushu. Inserito nello Shobogenzo nel 1252.


Note del traduttore (semplificate da me)
- Dharma: le cose, i fenomeni, la realtà
- "Illusione/risveglio": Dogen zenji conia una parola nuova composta dai due termini opposti di "illusione" e "risveglio" per indicare che essi non sono entità separate, ma sono parte di una stessa realtà, sono cioè le due facce della stessa medaglia e non possono mai essere separate. Questa concezione dell'illusione/risveglio è fondamentale nel pensiero di Dogen zenji, il quale opera profondamente a livello linguistico per esprimere compiutamente il proprio pensiero che si basa sul superamento della visione dualista della realtà.
- "Nascita/estinzione" e "persone comuni/Buddha", così come il già citato "illusione/risveglio" fanno parte della concezione non-dualista di Dogen zenji che crea parole nuove che in una singola unità lessicale inglobano significativamente i due opposti a mostrare anche visivamente come i due concetti siano strettamente legati e interdipendenti l'uno dall'altro.
- Bodhicitta: la mente dell'illuminazione.
- Le espressioni:"avere un luogo dove risiedere" o "avere una via da percorrere" equivalgono a: raggiungere l'illuminazione.
- Vento è sinonimo di comportamento in giapponese.


Ho tolto i commenti di Tollini, non perché non siano molto interessanti ed.. illuminanti.
Ma perchè già ascoltare una voce di un maestro ci porta lontano dalla nostra voce, con due voci il caos è totale. 
Con mille voci siamo la mandria.
Ascoltare una sola voce è comprendere se il messaggio fa risuonare qualcosa dentro di noi.
Risuonare non significa farci pensare o riflettere. Significa farci echeggiare.
Quando si riesce ad essere sufficientemente vuoti, qualcosa riecheggia.
Non è il riecheggiare la cosa importante, è la consapevolezza che solo nel vuoto si riecheggia.

E sebbene le parole del Dharma siano nel vento e chi le ha pronunciate altro non ha fatto che muovere il vento, è piacevole citare l'inesauribile fonte di Bertagni.
 

lunedì 2 luglio 2012

Uccidere l'Io?

"L'illuminazione significa semplicemente che scompare il senso di un agente personale. Tutte le azioni sono viste come azioni della Totalità.
[...]
All'inizio, il senso della presenza è impersonale. Quando ti svegli al mattino, il primo barlume di presenza è impersonale. Poi diventa 'io sono questo e quello'. L'identificazione personale sopraggiunge in un secondo tempo. All'origine c'è solo il senso della presenza, il senso impersonale della presenza.
Cioè non sei un 'io', non provi il senso di essere un 'io'.
Esatto.
[...]
Nel caso del dolore, tu testimoni il dolore finché, a un certo punto, diventi il dolore. Il testimoniare si trasforma nell'esperienza del dolore senza nessuno sperimentatore gettato nel panico. C'è l'esperienza del dolore. Tu sei l'esperienza. Nell'esperienza, di profondo terrore o di indicibile estasi, non c'è nessuno che faccia l'esperienza. [...] Ogni esperienza è sempre esperienza nell'attimo. [...]
Coscienza, Comprensione, Testimoniare, Esperienza... indicano tutti la stessa cosa. C'è solo l'esperienza, nel momento presente. Lo sperimentatore nasce successivamente, quando il pensiero pensa all'esperienza e dice: «Che esperienza tremenda». Ma nel momento dell'esperienza c'era puro terrore, tu eri il terrore. Poi la mente fa sua l'esperienza e la riproietta.
La mente concettuale conserva il ricordo di quel terrore e continua a proiettarlo. Di qui nascono le nostre paure: dal ricordo. Le paure sono semplici proiezioni della mente basate sul ricordo. L'esperienza è sempre nel momento presente. [...]
Ieri hai parlato dell'essere totalmente assorbiti dal proprio lavoro. Non ricordo le parole precise, ma mi sembra di aver capito che, in quel momento, si è uno con la Coscienza, uno con l'Assoluto.
Meglio metterla in questo modo: in quel momento non c'è concettualizzazione in atto. La mente divisa tra soggetto e oggetto, l''io', non è in funzione.
Vuoi dire che ogni volta che la mente è completamente immersa in un'attività mentale o fisica, quello è lo stato?
È un ottimo stato, sì.
Lo stato naturale.
Sì.
[...]
Riconosco che il problema è l''io', ma non riesco a liberarmene.
Non puoi lottare contro l'io. Accettalo, e abbandonalo. Questa comprensione lo farà recedere lentamente sullo sfondo. [...]
Non si tratta di tenere sotto controllo il corpo e la psiche. I sensi, le emozioni e i pensieri devono fluire spontaneamente, nella fiducia che assumeranno un'armonia naturale. Voler controllare a forza la mente è come voler schiacciare le onde con un'asse. Un simile tentativo non farà che aumentare l'agitazione. Tentare a forza di unificarci significa tentare di sottomettere l'organismo a un governo dittatoriale.
[...]
Schiavitù è quando la mente desidera o si affligge per qualcosa. La mente desidera l'illuminazione e si affligge perché non è ancora illuminata. «Ci provo da dieci, dodici, venticinque anni, e non è successo niente». La mente si affligge perché non è 'successo niente'. Vuole che qualcosa accada, e si addolore se non accade. Liberazione è quando la mente non vuole, non desidera e non si affligge, quando è vuota, quando è aperta. Mente vuota non significa l'incapacità mentale di un deficiente: è una mente aperta e attenta, non condizionata. Non cerca niente, non è intasata da niente.
[...]
Non si tratta di trovare una risposta, ma del fatto che, non trovando risposta, la mente si placa. [...] Questa comprensione riconduce l''io' alla sua sorgente. Il problema nasce piuttosto dall'aver paura dell''io'. Accetta l''io', e tutto il resto, come parte dell'attività della Totalità, e osserva che cosa accade. Allora i problemi cesseranno.
In che senso 'accettare l'io'?
La persona comune, che non è un cercatore, non si fa problemi riguardo al proprio 'io'. È perfettamente soddisfatto di essere un 'io'. Ma, in conseguenza di migliaia di anni di condizionamento, il cercatore si sente dire: «L'io è il problema. Devi uccidere l'io, devi fare così, dive fare cosà». All'inizio, il cercatore riceve il messaggio che l''io' è il cattivo della situazione. «Devi sbarazzartene». Ma chi se ne sbarazzerà? L''io' non è disposto a fare hara-kiri, oppone resistenza. [...]
Comprensione significa assenza di aspettative, accettare tutto ciò che viene. [...] La comprensione si fonda sulla non opposizione. Lascia che le cose seguano la loro strada. Allora, sorprendentemente, le cose sembrano prendere una strada più facile, più leggera.
[...]
Quando cominci a chiederti chi è che respira? Quando qualcosa non va nel tuo respiro. Solo allora sei consapevole del respiro. Qualcosa non va nel tuo processo digestivo, e solo allora diventi consapevole della digestione. [...]
In genere non si è consapevoli di questi processi naturali. Il sistema nervoso, che è quanto di più complesso si possa immaginare, il meccanismo respiratorio, il processo della digestione, vanno tutti avanti da sé. Non ne prendiamo consapevolezza finché qualcosa non va. Perciò ti domando: «Come mai, allora, sei consapevole del problema della vita?». Perché c'è qualcosa che decisamente non va nella vita. Se la vita fosse naturale, come una tranquilla respirazione o una buona digestione, vivere non sarebbe un problema. Se la vita è un problema significa che non stai vivendo in modo naturale. Non stai vivendo in modo spontaneo" (49, 52, 55-56, 63-64, 74, 80-81, 83).


La coscienza parla di Ramesh Balsekar

Cosa fai quando la vita ti presenta una bella lama di coltello?

"Avere in mente un obiettivo è un errore. La vita procede. La vita scorre. [...]
Può diventare bellissima se non le fai opposizione. [...]
Se un extraterrestre capitasse a una festa e vedesse la gente che balla probabilmente si chiederebbe: «Che cos'è tutto questo? Che cosa stanno facendo? Qual è il senso e lo scopo?». Sarebbe difficile spiegargli che è soltanto una danza in cui la gente si diverte, e tutto ciò che fa è godersi il ballo" (p. 222).

Cerchiamo di capire anche l'altra faccia di questa impostazione. Cosa fai quando la vita ti presenta una bella lama di coltello, che ruota atrocemente tutta infilzata in pieno ventre? Stai soffrendo come un cane? Sì, stai soffrendo. Ti stai godendo il ballo? Forse mica tanto. E allora? E allora hai solo due possibilità, riguardo a quel dolore lancinante. O ti opponi o non ti opponi. La meditazione non è pensare stupidamente che arriverà un giorno in cui finalmente non soffrirai più. La meditazione è un approccio di serietà alle cose, di serietà e leggerezza, di coraggiosa adesione. È un esser con. Sei con: il ballo quando c'è il ballo, la lama quando c'è la lama, l'assenza di picchi emotivi quando c'è l'assenza di picchi emotivi. È un essere in pace, ma non la pace dell'ebete: piuttosto la pace di chi sa che massima saggezza è umanamente e pienamente abitare nel qui e ora del tempo e del mondo che ti sono dati. Con amore umile e sguardo terso."

La coscienza parla di Ramesh Balsekar

(come sempre grazie alla newsletter di www.lameditazionecomevia.it)

mercoledì 11 aprile 2012

Forget

Forget the suffering
You caused others.
Forget the suffering
Others caused you.
The waters run and run,
Springs sparkle and are done,
You walk the earth you are forgetting.

Sometimes you hear a distant refrain.
What does it mean, you ask, who is singing?
A childlike sun grows warm.
A grandson and a great-grandson are born.
You are led by the hand once again.

The names of the rivers remain with you.
How endless those rivers seem!
Your fields lie fallow,
The city towers are not as they were.
You stand at the threshold mute.

Czeslaw Milosz

venerdì 16 marzo 2012

Uno dei modi migliori di essere presenti è quello di separarsi dal disappunto derivato dal realizzare che non eravamo presenti

"Non c'è miracolo più grande dell'essere presenti. Tutto ha origine da questo e in virtù di questo niente ha mai fine.
Cosa significa il termine ricordo di sé? Significa che il vostro sé addormentato si sta ricordando di essere sveglio.
La fine è un'illusione perché il presente è eterno. Essere presenti dove si è, questa è la semplice storia della propria vita.
Ogni piccolo momento, privo di apparente importanza, è la nostra vita; semplicemente essere seduti cercando di essere presenti. [...]
Quello che dovremmo desiderare è il presente, ma quello che la macchina [umana] vuole è tutto tranne il presente. [...]
La macchina non è mai soddisfatta di dove si trova. [...]
È importante essere diligenti nel cercare di essere presenti, ma senza forzare troppo perché potreste diventare un ostacolo per voi stessi. [...]
Essere dove mi trovo, e accettarlo. [...]
Ogni momento offre la possibilità di penetrare il presente. [...]

Come si può smettere di avere fretta?
Rendendosi conto che il momento successivo non è migliore di quello presente.

Come si può evitare di criticare se stessi per il fatto di non essere presenti?
Gli 'Io' di autodeprecazione [che costituiscono la nostra persona] non sono ricordo di sé. Sono un altro spreco di tempo e riflettono, in realtà, una mente pigra. [...]
Goethe disse: «... ma chi sa cogliere il momento, quello sì che è un uomo in gamba». Sei tu che devi cogliere il momento [...].
Cerca di non distorcere il presente in qualcosa che non è; accettalo nei suoi termini inconfutabili. [...]
Casa è dove uno è presente. [...] La cosa di cui fare tesoro è lo stato e non il posto. [...]
Semplicemente cercare di essere dove si è in questo momento è ricordo di sé. Controllare la propria mente che è incline a vagare è un'espressione del ricordo di sé.
Mentre si cambia livello di essere si acquistano molti tesori fra cui, il più grande, è l'abilità di penetrare il presente più spesso e più profondamente. Si può avere tutto se si è paghi del presente [...].
Le nostre vite non sono altro che ogni singolo passo intrapreso e ogni singolo momento trascorso, ma le nostre macchine insistono nel pensare che la vita dovrebbe essere qualcosa di diverso dal presente. [...]
Orazio disse: «Felice di vivere e padrone di sé è chi al cadere di ogni giorno potrà dire: Ho vissuto...».
Uno dei modi migliori di essere presenti è ascoltare. [...]
La più elevata dimensione dell'essere ha luogo quando il proprio sé si ricorda di essere. [...]
Lo scopo della meditazione è essere presenti [...].
Uno dei modi migliori di essere presenti è quello di separarsi dal disappunto derivato dal realizzare che non eravamo presenti. [...]

Puoi dirci che cosa dobbiamo fare per essere presenti?
Dovete trovare quello che vi circonda più interessante dell'immaginazione"


da Il ricordo di sé di Robert Earl Burton (pp. 13-18).

lunedì 5 marzo 2012

Lettera di uno spettatore



Ragionavo sull’esistenza di una determinata tecnica adatta a tradurre quello che volevo fare, ovvero trovare un segno in grado di esprimere il significato che attribuiamo ad una parola come pittura, o musica nel suo caso. Questa mattina, sul treno che mi riportava a Bologna, ho capito che questa domanda non ha mai ragione di essere formulata, poiché la tecnica è sempre un accadimento di una visione interiore, e dunque non esiste un modo di rappresentare le cose, soltanto un modo di sentirle, nella speranza poi che questo sentimento abbia un valore universale. Si pensa generalmente che dato il modello ne si può ottenere la forma, in un determinato stile piuttosto che in un altro, seguendo i suggerimenti che dispiega la storia che ci precede. Ma la tecnica è un incidente, mai un progetto, poiché è proprio il discorso artistico, quello più vero e profondo, che mette in crisi la relazione tra il nostro sguardo e la realtà di tutti i giorni, giocando d’anticipo sul pensiero dell’autore, e creando ogni volta un gesto "su misura”.

Giorgio Morandi a Thelonious Monk, 21 aprile 1961

venerdì 24 febbraio 2012

Mirdad says

The very earth you tread; 
the very air you breathe, 
the very houses you dwell in 
can readily reveal to you the most minute details 
in the records of your lives, 
past, present and to come, 
had you but the stamina to read 
and the keenness to grasp the meaning.
[...]
Be kind and hospitable to all your guests 
whatever be their mien and their behavior; 
for they in truth are but your creditors. 
Give the obnoxious ones in particular 
even more than is their due 
hat they may go away thankful and satisfied, 
and should they visit you again, 
they would come back as friends 
and not as creditors.


Book of Mirdad  by  Mihail Naimy




Un libro denso, 
in cui ci si muove lentamente, 
con estrema soddisfazione.

lunedì 7 novembre 2011

LE SETTE PORTE DELL' EGO

LE SETTE PORTE DELL' EGO
L'illusione del sé prende forma attraverso sette porte

"Dovete comprendere l’illusione del sé.
Per prima cosa, l’ego non è una realtà,
è soltanto un’idea. Non venite al mondo con l’ego,
Non lo portate con voi nascendo. Non fa parte
del vostro essere. Quando un bambino nasce
non porta con sé il proprio ego.
L’ego è qualcosa che si impara."


Esistono sette porte dalle quali l’ego può entrare, sette porte attraverso le quali si apprende l’ego. È necessario che conosciate queste sette porte, perché, se le comprenderete, potrete abbandonare l’ego… e questo perché, comprendendo bene queste sette porte, si possono chiudere. In questo modo l’ego non verrà più creato. Visto nel modo giusto, compreso alla perfezione – cioè che l’ego è soltanto un’ombra – esso inizia a scomparire spontaneamente.

Alport chiama la prima porta "il sé corporale". L’uomo non nasce con un ‘senso di sé’. Il bambino nell’utero materno non ha alcun senso di sé. Egli forma una unità con la madre, è completamente unito a lei, è attaccato a lei. La madre è tutta la sua esistenza, tutto il suo cosmo. Non sa di essere separato.

La separazione avviene quando il bambino esce dall’utero, quando si spezza il ponte che lo univa alla madre e il neonato deve respirare per conto proprio. Di fatto, nascendo, non respira. Come potrebbe farlo? Non può ancora respirare, perciò non è separato. Il respiro accade. Respirare non è un’azione del neonato, è un accadimento. Sgorga dal nulla: il neonato comincia a respirare.

È miracoloso come il neonato riesca a respirare per la prima volta: non ha mai respirato prima e non si può insegnargli a respirare. Non sa che esiste il meccanismo della respirazione. I suoi polmoni non hanno mai funzionato, ma il respiro accade e il miracolo inizia. Ma il respiro sgorga dal nulla, ricordalo. In seguito, definirà l’atto dicendo: “Io respiro.” È assurdo: tu non respiri! Il respiro accade.

Non creare l’idea dell’io, non dire: “Io respiro.” Nessuno respira! Non è nelle tue facoltà decidere di respirare o di non respirare! Puoi provare: cessa di inspirare per qualche secondo, capirai come sia difficile anche smettere di respirare. In pochi secondi una profonda urgenza affiorerà da un luogo imprecisato, e ricomincerai a inspirare.

Oppure prova a cessare di espirare per pochi secondi e improvvisamente sentirai l’urgenza di farlo. È al di là delle tue facoltà. Dovrai espirare.
È il nulla che respira in te… oppure puoi chiamarlo dio – non fa differenza, è la stessa cosa. Il nulla o dio, hanno lo stesso significato.
Noi non nasciamo con il ‘senso di sé’.

Non fa parte del nostro bagaglio genetico. Il neonato non è in grado di fare distinzioni fra sé e il mondo che lo circonda. Anche dopo aver iniziato a respirare, devono passare molti mesi prima che il neonato diventi consapevole che esiste una distinzione fra il suo essere interiore e il mondo esterno. Gradualmente, mediante apprendimenti sempre più complessi ed esperienze percettive, egli sviluppa una distinzione vaga fra qualcosa ‘dentro di me’ e le altre cose ‘fuori da me’.

Questa è la prima porta dalla quale entra l’ego: la distinzione che esiste qualcosa ‘dentro di me’. Per esempio: il bambino ha fame, sente che la fame viene dal suo interno. Viceversa, quando la madre dà uno schiaffo al bambino, egli è in grado di sentire che lo schiaffo arriva dall’esterno. A questo punto è inevitabile che col tempo senta una distinzione: esistono cose che vengono dal suo interno e cose che vengono dall’esterno.

Quando la madre gli sorride, egli vede che il sorriso viene da lei, allora risponde con un sorriso. In questo caso può sentire che il sorriso viene dal suo interno, da qualche parte dentro di lui. In lui sorge l’idea di interno e di esterno: questa è la prima esperienza dell’ego.

Di fatto non c’è distinzione fra l’interno e l’esterno. L’interno fa parte dell’esterno e l’esterno fa parte dell’interno. Il cielo che sta dentro la tua casa e il cielo che sta fuori non sono due cieli, ricordalo. Sono un cielo! Similmente, tu lì e io qui, non siamo due! Siamo due aspetti della stessa energia, due facce della stessa moneta. Ma il bambino inizia ad apprendere le vie dell’ego.

La seconda porta è ‘l’identificazione di sé’. Il bambino impara il proprio nome, si rende conto che l’immagine riflessa nello specchio oggi è la stessa persona che aveva visto nello specchio ieri e sorge in lui la credenza che il senso di me, o del sé, rimanga inalterato di fronte alle esperienze che cambiano. In seguito, il bambino impara che tutte le cose cambiano.

A volte ha fame e a volte non ha fame, a volte ha sonno e a volte è sveglio, a volte è in collera e a volte è amorevole – le cose cambiano continuamente. Un giorno è una bella giornata e un altro giorno tutto è buio e triste. Ma il bambino si guarda nello specchio…
Hai mai osservato un bambino seduto di fronte a uno specchio? Cerca di afferrare il bambino che sta nello specchio, perché pensa che il bambino sia ‘là fuori’.

Non riesce a prenderlo, allora gira intorno allo specchio e guarda dietro – forse il bambino è nascosto là? A poco a poco, impara che l’immagine riflessa è la sua. Allora inizia a sentire una specie di continuità: ieri nello specchio c’era la stessa faccia, anche oggi nello specchio c’è la stessa faccia. Quando il bambino si guarda nello specchio per la prima volta rimane affascinato. Non vuole andarsene. Torna continuamente in camera da letto per vedere chi è lui.

Tutte le cose cambiano continuamente. Una cosa sembra immutabile – la propria immagine. L’ego ha un’altra porta dalla quale entrare: l’autoimmagine.

La terza porta è ‘la stima di sé’. Questa riguarda il sentimento di fierezza che il bambino prova dopo aver imparato a fare qualcosa da solo: a fare, a esplorare, a costruire. Quando il bambino impara qualcosa… per esempio ha imparato la parola ‘papà’, continua a ripetere ‘papà, papà’ per tutto il giorno. Non perde una sola occasione per usare quella parola.

Quando inizia a imparare a camminare, ci prova per tutto il giorno. Cade continuamente, inciampa, si fa male, ma si alza – perché questo lo rende fiero di sé: “Anch’io sono capace di fare qualcosa! Riesco a camminare! Riesco a camminare! Riesco a portare una cosa da qui a là!”
I genitori sono molto preoccupati perché il bambino è un continuo disturbo.

Si mette a trasportare cose. Non riescono a capire: “Perché? Per quale motivo? Perché hai preso il libro là e l’hai portato qui?” Al bambino il libro non interessa affatto! Per lui è una cosa senza senso. Il suo interesse è un altro: riesce a trasportare una cosa!
Il bambino comincia a uccidere gli animali. Una mosca: lui piomba immediatamente su di lei e la uccide. Riesce a fare delle cose! Il fare gli dà gioia. Può diventare davvero distruttivo. Se trova un orologio, lo apre – vuole vedere cosa c’è dentro. Diventa un esploratore, un investigatore.

Fare delle cose gli dà gioia perché questo apre la terza porta al suo ego: si sente fiero, è capace di fare. È capace di cantare una canzone, per cui è pronto a cantarla a chiunque. Se arriva un ospite, sta lì in attesa che qualcuno gli dia l’occasione di poter cantare la sua canzone. Oppure è capace di danzare o di fare un’imitazione o qualcos’altro! Qualunque cosa sia, vuole fare qualcosa per dimostrare di non essere impotente: anch’egli può fare.

Questo fare è la nascita dell’ego.
La quarta porta è ‘l’espansione di sé’, la proprietà, il possesso. Il bambino dice: la mia casa, mio padre, mia madre, la mia scuola. Comincia a espandere il campo del ‘mio’. ‘Mio’ diventa la sua parola chiave. Se prendi il suo giocattolo, non gli interessa tanto il giocattolo, gli interessa di più affermare: “Il giocattolo è mio, tu non puoi prenderlo.”

Ricordatevi, non gli interessa tanto il giocattolo. Quando nessun altro vuole prenderlo, lo getta in un angolo e corre fuori a giocare. Ma se qualcun altro vuole prenderlo, non vuole darglielo. “Questo è mio!”
‘Mio’ dà un ‘senso di me’, il ‘senso di me’ crea l’io. Ricordatevi, queste porte non sono aperte soltanto per i bambini, rimangono tali per tutta la vostra vita. Quando dite la mia casa, diventate infantili. Quando dite mia moglie, diventate infantili. Quando dite la mia religione, diventate infantili.

Quando un indù litiga con un maomettano a causa della religione, sono come due bambini. Non sanno quello che fanno. Non sono realmente cresciuti, maturati. I bambini discutono continuamente: “Il mio papà è il papà migliore al mondo!” Così fanno i preti, litigano continuamente: “Il mio concetto di dio è il migliore, il più potente, quello vero! Gli altri sono tutti superficiali.”
Questi sono atteggiamenti molto infantili, ma che vi stanno addosso per tutta la vita.

La quinta porta è ‘l’immagine di sé’. Si riferisce al modo in cui il bambino vede se stesso. Mediante l’interagire con i genitori, le lodi e i castighi, egli impara ad avere una certa immagine di sé – buona o cattiva.
Il bambino sta sempre attento alle reazioni dei genitori nei suoi confronti. Se fa una certa cosa, lo loderanno o lo castigheranno? Se sente che lo castigheranno, pensa: “Ho fatto uno sbaglio, sono cattivo.” Se fa una cosa buona e viene premiato, pensa: “Sono buono, mi apprezzano.” E comincia a fare sempre di più le ‘cose buone’, in modo da essere apprezzato. Oppure, se i genitori sono persone davvero esigenti e impossibili e le loro richieste sono tali per cui il bambino non riesce a soddisfarle, allora inizia a fare tutte le cose che essi definiscono ‘cattive’. Reagisce e si ribella.

Le strade sono due – la porta è la stessa – o voi lo premiate e il bambino sente in modo positivo di essere qualcuno, oppure se non lo premiate tanto facilmente, pensa: “Bene, adesso vi faccio vedere io!” Anche in questo caso fa sentire la sua presenza. Comincia a distruggere delle cose, comincia a fumare, comincia a fare tutte quelle cose che non vi piacciono. È come se dicesse: “Vedete? Dovete prendere nota che io ci sono. Dovete prendere nota che io sono qualcuno e che sono qui e che non potete proprio trascurarmi!”

Il bravo ragazzo e il ragazzo scapestrato nascono in questo modo; il santo e il peccatore.
La sesta porta è ‘il sé in quanto raziocinio’. Il bambino impara le vie del raziocinio, della logica, della discussione. Si rende conto di essere capace di risolvere i problemi. Il raziocinio diventa un grande supporto del suo sé. Ecco perché la gente discute. Ecco perché la persona colta pensa di essere qualcuno. Ignoranti? Ci si sente un po’ imbarazzati. Ha una laurea e continua a mostrarla, a esibirla, ha preso centodieci e lode, era fra i primi all’università e questo e quello.

Perché? Perché vuole dimostrare di essere diventato un essere razionale, con una buona cultura, che ha studiato nella migliore università, che ha avuto i migliori docenti: “Posso intervenire in una discussione meglio di chiunque altro.” Il raziocinio diventa un grande sostegno.

La settima porta è lo sforzo appropriato, la meta da raggiungere, l’ambizione, ciò che vuoi diventare: cosa e chi vuoi diventare, mediante cosa e mediante chi vuoi diventarlo. Riguarda il futuro e i sogni e le mete a lunga scadenza – l’ultimo stadio dell’ego. A questo punto si inizia a pensare: “Cosa devo fare nel mondo per lasciare un segno nella storia, per lasciare una firma sulle sabbie del tempo?” Diventare un poeta? Diventare un politico? Diventare un mahatma? Fare questo o fare quello?

La vita scorre veloce, scivola via in fretta e devi fare qualcosa, altrimenti presto diventerai nulla e nessuno saprà mai che sei esistito. Vorresti diventare un Alessandro Magno o un Napoleone. Se fosse possibile, vorresti diventare un uomo probo, famoso, conosciuto, un santo, un mahatma. Se non fosse possibile, vorresti comunque diventare qualcuno.

In tribunale, molti assassini hanno confessato di avere ucciso qualcuno non perché volessero ammazzarlo, ma soltanto perchè volevano che i loro nomi fossero pubblicati sulle prime pagine dei giornali.
Se non riesci a diventare famoso, cerchi almeno di diventare una notorietà. Se non riesci a diventare un Mahatma Gandhi, vuoi diventare un Adolf Hitler – ma nessuno vuole rimanere ‘un nessuno’.

Queste sono le sette porte attraverso le quali l’ego si rafforza e l’illusione dell’ego diventa sempre più solida. Se riesci a comprendere tutto ciò, queste sono le sette porte attraverso le quali devi tornare a far uscire l’ego. Piano piano, da ciascuna porta, devi osservare in profondità il tuo ego e dirgli addio. A quel punto sorgerà in te il nulla.

OSHO: ‘Il Sutra del Cuore’

venerdì 28 ottobre 2011

Maestri

"Potete vivere solo nel presente, per ciò che è reale adesso. [...]
Potete dire che ogni cosa è la stessa, ma è sempre diversa.
È la stessa ma è sempre diversa. [...]
Voi vivete nella vostra creazione. Io non ho mai creato il vostro mondo, l'avete creato voi.
Voi lo create quando pagate le tasse, voi lo create quando andate a lavorare [...].
Non vi interessa la verità. [...]
Ciò in cui credo io è solo il presente; io non credo in nessuna cosa che riguarda il passato. Vi parlo dal presente.
Perché non c'è nulla di cui preoccuparsi, nulla a cui pensare, nulla da cui essere turbati. La mia casa non è separata, la mia casa è tutt'uno con me, me stesso. [...]
Ragazzo, per essere un uomo devi tirarti sù ed essere il padre di te stesso. [...]
Ogni vostro schema e ogni vostro pensiero sta morendo. Ciò che pensavate fosse vero sta morendo. [...]
Non sono mai vissuto nel tempo. [...] Quando la mente non è nel tempo, tutto il pensiero è diverso.
Consideri il tempo come creato dall'uomo. Vedi che il tempo è ciò che pensi che sia. Se mi volete considerare colpevole allora lo potete fare ed è okay per me, non ce l'ho con nessuno di voi per questo. Se mi volete considerare non colpevole è okay per me.
Io so quel che so e nessuno può togliermi questo.
Potete saltare sù e urlare: «Colpevole!», e potete dire che non sono un buon ragazzo, che sono un demonio, un diavolo vile e viscido. È la vostra riflessione e avete ragione, perché è quello che sono. Sono tutto quello che volete che sia. [...]
Mi dimentico che giorno è, che mese è o che anno è. Non me ne preoccupo perché tutto ciò che è reale per me è qui, adesso. [...]
La mia pace è nel deserto o nella cella della prigione. Se non avessi visto la luce del sole nel deserto sarei stato molto meglio nella mia cella che nella vostra società, nella vostra realtà, nella vostra confusione, nel vostro mondo e nei vostri giochi di parole. [...]
Ogni cosa è semplice per me, è quel che è perché è quel che è. Non c'è altro.
Cosa? Questo è quanto. Perché?
Perché?
I perché vengono da vostra madre. Vostra madre vi insegna i perché, perché, perché. Voi continuate a chiedere a vostra madre perché e lei comincia a dirvi: «Perché, perché», e vi riempie il vostro piccolo cervello di perché. E voi non conoscete nulla di diverso da questo. Se aveste due madri, una che vi dice una cosa e l'altra che ve ne dice un'altra, allora la vostra mente potrebbe rimanere dov'era la mia. Se aveste una dozzina di genitori che vi girano intorno, allora non potreste né credere né non credere a ciò che vi è stato detto. [...]
Io stavo seduto in una cella quando il tipo apriva la porta e diceva: «Vuoi uscire?».
Io lo guardavo e dicevo: «E tu vuoi uscire? Tu sei in prigione, tutti voi siete in prigione"

Charles Manson (I vostri bambini, pagg. 31-53)

Tratto da La Meditazione come Via - Newsletter

Scrive Ganfranco Bertagni
"Ci piace a volte trovare elementi di verità e di intelligenza penetrante anche in testi inusuali, anche in autori poco riconosciuti come fonti di cui occuparsi. O addirittura, come in questo caso, in personaggi che sono passati alla storia come agli antipodi di ciò che solitamente si associa a spiritualità, saggezza, ecc. È un importante esercizio di discernimento e di indipendenza nel giudizio il riuscire a valutare l'interesse o meno di un brano, al di là del suo autore e di quello che egli ha fatto della sua vita. Grandi filosofi che sono entrati nella storia e che hanno scritto pagine indimenticabili erano, nella loro vita privata, ben poco vicini agli ideali di cui scrivevano nei loro testi. Basti pensare a Schopenhauer. Eppure le loro opere spesso ci innalzano. È solo un esempio. Certamente Manson non passerà alla storia come grande filosofo, è oramai per i posteri quello che sappiamo. Ma riusciamo a leggere le sue parole al di là del giudizio sulla sua persona che ci proviene dalla cronaca, dal nostro giudicarlo? Siamo sempre pronti a teorizzare una mente non giudicante, una mente non dualista, eppure non è sempre facile mettere in pratica un atteggiamento libero dalle nostre reazioni".

mercoledì 26 ottobre 2011

Un sasso che rotola da una collina,
non conosce mai la sua traiettoria.


venerdì 21 ottobre 2011

Cerchi sicurezze e certezze proprio per evitare di essere vigile e consapevole.
Vivi momento per momento con tutte le insicurezze che questo comporta.

Gli alberi stanno vivendo, gli uccelli stanno vivendo, gli animali stanno vivendo e non sanno nulla delle assicurazioni, non sanno nulla della sicurezza. Non sono preoccupati – per questo possono cantare ogni mattina.

Tu non riesci a cantare ogni mattina, forse non hai mai cantato in nessuna mattina della tua vita. Le tue notti sono popolate di incubi pieni delle insicurezze, dei pericoli e dei rischi che si nascondono intorno a te. La mattina il tuo risveglio non è gioioso: ti svegli per fronteggiare ancora una volta le insicurezze della giornata, i problemi, le ansie.

Ma ascolta gli uccelli. Non credo che abbiano perso qualche cosa. Guarda come sono belli e agili i cervi, guarda gli alberi – che qualcuno può tagliare in ogni momento. Ma non se ne preoccupano, sono interessati a questo momento, non al prossimo: questo momento pieno di gioia e di pace. Tutto è verde e pieno di vita.

Posso capire che per te gli anni passano. E con l’aumentare degli anni... egli sta dicendo in altre parole che la morte è più vicina. Ma non c’è modo di evitarla. E se non puoi evitarla – nessuno è mai stato capace di evitare la morte – allora è meglio non farla diventare una preoccupazione.

Ciò che deve accadere accadrà, perché distruggere il momento presente per qualche cosa che non è ancora successo? Prima lascia che accada, a quel punto potrai preoccupartene.




giovedì 6 ottobre 2011

Steve... Wonder

"Il vostro lavoro riempirà una buona parte della vostra vita e l’unico modo per essere realmente soddisfatti è fare quello che riterrete un buon lavoro. E l’unico modo per fare un buon lavoro è amare quello che fate. Se ancora non l’avete trovato, continuate a cercare. Non accontentatevi. Con tutto il cuore, sono sicuro che capirete quando lo troverete. E, come in tutte le grandi storie, diventerà sempre più bello con il passare degli anni. Perciò continuate a cercare finché non lo avrete trovato. Non vi accontentate."
Non ringrazierò Jobs per tutte le sue invenzioni che mi hanno entusiasmato la vita.Forse il regalo più grande che mi ha fatto è questa frase.In questo momento della mia vita.Dopo che Ansula ieri sera, vedendomi arrivare in giacca e cravatta, mi ha detto "io non ho mai avuto un lavoro normale in vita mia".
I segnali arrivano sempre, prendono senso quando è arrivato il momento di ascoltarli.

giovedì 29 settembre 2011

Dhammapada

348
Abbandona passato, presente e futuro.
Attraversa il fiume dell'esistenza
e raggiungi l'altra sponda.
La mente completamente libera,
non ricadrai più
nel ciclo della vita e della morte.


Mentre meditavo ieri sera le mie braccia si sono allargate ed è iniziato a fluire dentro di esse il "fiume dell'esistenza". Queste sono le parole che ho sentito.
Cercando fiume dell'esistenza, ho trovato questo verso del Dhammapada.
E Osho, Sai Baba e altri buddhisti.


Ma queste sono solo conferme.

Quando dall'animo prorompe fuori il fiume dell'esistenza ed esso si riversa nel mondo è come dare la vita al mondo e perdere la vita dentro se stessi.
E' come liberarsi di qualcosa che era rimasto imprigionato dentro.
Adesso fluisce. 
Ed in ogni momento in cui scendo nel fiume lo sento fluire e un brivido corre lungo la mia schiena.